lunedì 29 novembre 2010

PROTEGGERSI

Tratto dal libro "La M***A CAPITA! Strategie di successo per vivere felici" (HBI edizioni)



La prima legge di Cialdini è quella della reciprocità. In parole povere, ma così povere che potrei rischiare di essere defenestrato dallo stesso autore, se mai leggesse questo libro, significa: se tu dai una cosa a me, io do una cosa a te. Avete presente quando, al supermercato, la gentile signora con il grembiule blu vi offre un assaggio di mortadella, o di formaggio e voi, poi, sentite dentro un impulso incontrollabile a comprare un articolo del quale vi hanno offerto l’assaggio? Ecco. Oppure, pensate a quei ragazzi che, per la strada, vi rifilano una penna o un fiore, chiedendovi poi se avete pregiudizi contro questi o quelli e poi vi chiedono con insistenza un’offerta. Voi avete in mano il vostro regalo, e trovate difficoltoso rifiutare l’obolo. Se, poi, qualcuno vi fa un regalo appositamente studiato per voi, speciale o esclusivo, ecco che il vostro senso di debito agirà contro la vostra stessa forza di volontà. Andiamo avanti: pensate a quando ricevete un invito a cena e subito vi offrite di ricambiarlo, pur non avendone il desiderio. O quando ricevete un regalo inatteso e immediatamente avvertite l’impulso di sdebitarvi. Conoscere questa legge è importante, perché vi permette di proteggervi dai falsi regali, da chi vi offre servizi o beni salvo poi pretendere da voi chissà che cosa, inguaiandovi in situazioni spiacevoli.  Vi permette anche di riflettere su quello che fate: è davvero frutto della vostra intenzione o, piuttosto, è il frutto di un meccanismo che altri hanno innescato? Volete davvero ricambiare quell’invito a cena? Volete davvero comprare quell’oggetto o state per sperperare denaro solo per ricambiare una cortesia ricevuta in precedenza? Ci sono occasioni in cui, comunque, vi sdebiterete in ogni caso. Trovo tuttavia più nobilitante per la vostra intelligenza avere almeno la consapevolezza di quel che vi succede. Come ho già avuto modo di ripetere: la conoscenza porta alla consapevolezza e la consapevolezza porta alla libertà. Ricordo che una volta, ero ancora un ragazzino, avevo fatto una gita a Milano e una simpatica e avvenente ragazza mi aveva fermato per la strada, regalandomi un bellissimo pacchetto che conteneva quaderni e penne. Non so come, mi ero ritrovato con un contratto firmato che mi impegnava a pagare un costosissimo corso di inglese. Solo grazie al pronto intervento dei miei genitori (e di un avvocato) ero riuscito a svincolarmi da quell’assurdo impegno. Come vedete, è ben vero che “la merda capita”, ma quante volte siamo proprio noi a fare in modo che ciò succeda!

sabato 27 novembre 2010

GRAZIE

Oggi è uscito il nuovo libro e, come sempre mi capita in questi casi (ormai, è la sesta volta!), la gioia che provo per la pubblicazione è accompagnata a una sorta di delicata malinconia, perché ormai è tutto fatto e chissà se ci sarà un'altra volta, un'altra volta ancora.
Questa volta, voglio approfittare dell'occasione per ringraziare tutti quelli che mi hanno accompagnato e sono stati accanto in quest'anno magico e strano, in questi dodici mesi d'incredibile emozione e straordinarie esperienze umane.
Nel libro, ringrazio tante persone. Vi ringrazio ancora, perché siete davvero tutti speciali. Qui, ho l'occasione per ringraziare tutti gli altri: perciò, grazie agli amici di sempre e a quelli nuovi: Anna e Mauro; Olga e Roberto; Genny e Giovanni, che ci offrono sempre e costante supporto in questa vita frenetica dai mille impegni. Un cenno soltanto a quelli che credevo amici e, invece, si sono rivelati personaggi dalla pochezza imbarazzante, contenitori semivuoti di neuroni privi di nerbo: a voi, che fate combriccola e vi rifocillate di chiacchiere, mando un mio pensiero e la soddisfazione di avercela fatta anche stavolta, nonostante voi. Ma andiamo avanti: grazie, grazie di cuore, grazie grazie grazie grazie grazie a tutti i miei incredibili, eccezionali, straordinari "allievi" che hanno trascorso ore e ore in aula a sorbirsi le mie tiritere. Senza di voi, e lo dico di cuore, nulla di questo avrebbe senso e tutta la fatica sarebbe vana. Perché a volte, da una parte all'altra d'Italia, senza dormire e con gli aerei che non arrivano mai e la voglia di tornare a casa che ti uccide, è davvero dura: grazie a voi, che rendete tutto sopportabile. In ordine sparso: grazie a tutto lo staff di Areadocks (che mi hanno accolto, nonostante i miei clubsandwich); tutte le ragazze di Gerard's, che con il loro entusiasmo rendono i corsi esperienze emotive incredibili; i ragazzi di Tao:polis (a parte qualcuno, che ha rosicato tutto l'anno e che, mi auguro, adesso rosichi ancora di più!); gli insegnanti di Caltagirone, ai quali mando tutto il mio affetto e un abbraccio gigantesco; i ragazzi di Roma e lo staff di Lecce, che mi segue nelle peripezie fra la Puglia e la Sicilia.
Grazie agli amici di Facebook: è come sentirsi a casa, anche se non vi conosco.
E grazie all'Universo, che mi ha dato l'energia per prendere la strada buona, quando ero davanti al bivio. Mi piace credere che ogni Essere umano abbia una scelta, sempre e comunque.


Grazie, di cuore.


Paolo

mercoledì 24 novembre 2010

PROBLEMI.... CON LA "P" MAIUSCOLA

Ogni problema, se non è affrontato nella maniera corretta, può diventare quello che, nella letteratura sul tema, è chiamato un PROBLEMA 3P.
Ciò significa che il problema è PERSONALE, ovvero riguarda voi stessi e non più solo le vostre attività; PERVASIVO, ovvero invade e contamina ogni aspetto della vostra vita; PERSISTENTE, ovvero duraturo e stabile, difficilmente debellabile. Finché una questione riguarda solo la vostra attività, o solo la vostra famiglia, o solo un vostro amico, tale questione è ancora gestibile e potete lasciarla fuori dalla porta, una volta tornati a casa, o andati al lavoro. Se, invece, la questione è personale, ecco che sarà molto difficile lasciarla fuori dalla porta di casa o dell’azienda. Linguisticamente, è come passare da una frase del tipo: “ho una grana sul lavoro” (problema situazionale), a una frase del tipo: “sono esaurito, depresso” (problema personale, come si evince dall’utilizzo del verbo essere, a differenza di quanto avviene nella prima preposizione, nella quale si utilizza il verbo avere). Se la questione diventa addirittura pervasiva e persistente, purtroppo farete fatica anche a divertirvi con gli amici, a rilassarvi, a trovare ristoro nelle solite attività ricreative. Se vi è mai successo di impiegare dieci dei dodici giorni delle vostre vacanze solo per cominciare a rilassarvi, significa che, probabilmente, stavate sperimentando sulla vostra pelle che cosa significa avere un PROBLEMA 3P. Ogni volta che vi si presenta una difficoltà da affrontare, un imprevisto o un problema, voi avete il dovere di risolverlo nel più rapido tempo possibile e, allo stesso tempo, di impedire che diventi un PROBLEMA 3P.
Per quanto concerne la soluzione rapida del problema, avremo modo e tempo di affrontare le tematiche opportune. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto “preventivo”, ecco di seguito una lista di affermazioni utili, di pensieri e convinzioni estrapolate dalle strategie di successo di personaggi del mondo della politica, della cultura, dello sport e della religione.
Si tratta di importanti asserzioni di principio, che andrebbero lette spesso, al fine di ricordarne il senso e, soprattutto, al fine di interiorizzarne il messaggio. 
I 10 principi utili per prevenire un problema 3P
1. Impara a DIRE DI NO, senza pensare che stai danneggiando qualcuno e senza sentirti in colpa.
2. SEI RESPONSABILE di quello che ti accade. Anche gli ALTRI, però, SONO RESPONSABILI di quel che gli accade.
3. Devi essere FLESSIBILE, esattamente come un ramo di nocciolo. La rigidità porta alla rottura.
4. NON SEI INSOSTITUIBILE: impara il valore della delega e impara il valore della richiesta.
5. Fai parte di un SISTEMA, che comprende il luogo in cui vivi, i tuoi amici, i tuoi familiari.
6. Ogni tua azione genera RIPERCUSSIONI sul sistema circostante.
7. Le altre persone non sono responsabili delle tue FRUSTRAZIONI, e tu non lo sei delle loro.
8. Non esiste fallimento, solo FEEDBACK. 
9. Ogni problema ha una SOLUZIONE. Se non c’è soluzione, significa che non c’è problema. 
10. Renditi conto che TU SEI ESATTAMENTE QUELLO CHE FAI DI TE STESSO.

domenica 21 novembre 2010

I VERBI "BISOGNARE" E "SI DEVE"

In attesa dell'uscita del nuovo libro, sabato 27 novembre, altri estratti dal precedente "Io sono chi voglio essere" (Edizioni Serra Tarantola)



Si tratta di due forme verbali da evitare tassativamente che, da un lato, sono assai poco incisive per quel che concerne la comunicazione con gli altri e, d’altro lato, sono ben poco degne di persone che si assumono la responsabilità del loro destino. Le prime risposte che mi vengono in mente quando qualcuno mi apostrofa con un “bisogna” o un “si deve” sono: chi lo dice? Secondo il bisogno di chi?
“Il verbo BISOGNARE si coniuga esclusivamente alla terza persona singolare. Variante ipocrita ed edulcorata del verbo DOVERE, ha il vantaggio di avere un soggetto del tutto sconosciuto. Chi è questo soggetto? Non è né io né tu né noi. È un personaggio virtuale ma onnipotente che impone la sua volontà senza offrirci la possibilità di discuterne con lui. Questa modalità di pressione è il ritornello preferito dei genitori dimissionari, che si trincerano dietro questo fantomatico personaggio per rafforzare la loro autorità. Perché BISOGNA e non VOGLIO? I genitori hanno forse paura di assumersi la responsabilità delle loro parole?”.

Qui si parla di genitori. Come vi dicevo, tuttavia, trovo che queste considerazioni siano estendibili a chiunque. Le persone di successo (ripeto, in qualsiasi campo, che si tratti di affari o di gestione del matrimonio) sono persone che si assumono la loro dose di responsabilità. Volete che vostro marito o vostra moglie consideri di più le vostre esigenze o ascolti i vostri desideri? Passate dal “bisogna” al “voglio”. Volete che i vostri colleghi vi diano maggior attenzione? Idem. Naturalmente, utilizzare il voglio (nel modo cortese spiegato poco fa) non significa necessariamente che otterrete il risultato desiderato, perché ciò dipende anche dalla volontà degli altri. La cosa certa è che avrete affermato voi stessi e la vostra identità e persone che osano fare questo sono persone che comunque hanno il coraggio di assumersi la responsabilità della loro sorte. I “bisogna” e i “si deve” sono per i pusillanimi, per coloro i quali non hanno abbastanza coraggio per dire le cose che pensano, che non hanno il coraggio di essere loro stessi.

martedì 16 novembre 2010

LA DIFFERENZA LA FACCIAMO NOI

Dal nuovo libro: "La M***A CAPITA! Strategie di successo per vivere felici" di Paolo Borzacchiello (HBI Edizioni), in uscita a fine mese.




Gli imprevisti capitano. Le cose, a volte, semplicemente succedono. Troverete, lungo la vostra strada, qualcuno che vi aiuterà e qualcuno che, invece, tenterà di mettervi i bastoni tra le ruote. Dovete prenderne atto perché è esattamente quello che succederà. Mi chiedono, a volte, che cosa ne penso del pensiero positivo. Io credo che sia utile, ma che non sia sufficiente. Credo che sia indispensabile (e faccia un gran bene) orientare il nostro cervello verso soluzioni, scenari confortanti, immagini in grado di produrre in noi sensazioni piacevoli e positive. Di fatto, se noi stiamo bene produciamo risultati migliori. Credo che sia altrettanto indispensabile, però, condire il pensiero positivo e ottimistico con un po' di sano realismo e un pizzico di pragmatismo: sognare ad occhi aperti non basta. Ed è precisamente quello che molti autori o formatori, sfruttando l'indole umana alla perenne ricerca di scorciatoie e miracoli, tentano di farci credere. L'essere umano è fatto così: cerca costantemente soluzioni facili, poco dispendiose, se possibile non faticose. Altrimenti, perché continueremmo a comprare quelle compresse per dimagrire, sapendo benissimo in cuor nostro che l'unica cosa da fare sarebbe mangiare di meno e praticare più sport?
Questo libro vuole essere un utile strumento per aiutarvi a capire che, se siete attenti, svegli e un po' responsabili, gli imprevisti che incontrerete saranno sempre di meno e che, soprattutto, saprete che cosa fare quando vi capitano.
La differenza non sta nelle cose che ci capitano, ma nel modo in cui le affrontiamo. La differenza non sta negli imprevisti dietro l'angolo, ma negli occhi con cui decidiamo di osservarli. La differenza, come al solito, la facciamo noi. La merda, appunto, capita. La domanda è: che cosa possiamo fare, noi, a questo riguardo?

domenica 14 novembre 2010

SESTO TASSELLO DELLA FELICITA'

Tratto dal libro "La felicità in tasca, la via del benessere fra medicina cinese, linguaggio del corpo e buon senso" (di Paolo Borzacchiello, Ed. Firenze Libri)

LIBERA LA MENTE
ROMPI GLI SCHEMI.
DIMENTICA CIO’ CHE TI HANNO INSEGNATO
USA LA TESTA.
NON SCAPPARE,
NON METTERE LA TESTA SOTTO LA SABBIA.
DI OGNI COSA CHE TI CAPITA, CHIEDITI:
“PERCHE’ PROPRIO A ME?”
“PERCHE’ PROPRIO ORA?”.
OGNI VOLTA CHE IL TUO CORPO TI CHIAMA
NON PUNTARE IL DITO
CONTRO OGGETTI INANIMATI
CHE NON POSSONO FAR MALE,
MA PENSA A TE STESSO,
ALLA PARTE DI TE CHE HAI TRADITO,
A CHI HAI VOLUTO ACCONTENTARE.
POI, CHIEDI SCUSA.
A TE STESSO,
PER IL MALE CHE TI SEI FATTO,
E PROMETTI
CHE LA PROSSIMA VOLTA
PROVERAI A VOLERTI PIU’ BENE.

giovedì 11 novembre 2010

BASTA SCUSE!!!

Anticipazione dal libro di prossima uscita: "La M***A Capita! Strategie di successo per vivere felici" (HBI edizioni)

Niente scuse. Finora, ne avete utilizzate troppe, per impedirvi di cambiare la vostra vita. Ora è giunto il momento di passare all’azione. Per divertirvi un po’, fate l’elenco delle scuse che fino ad ora avete utilizzato per evitare di fare quel che andava fatto. Di solito, le scuse preferite dalle persone riguardano il fatto di avere poco tempo, di non avere altre possibilità, di essere in una condizione particolarmente difficile, di essere “un caso a parte”. Sono solo scuse, e lo sapete bene quanto me, in fondo al vostro cuore. Vi siete così convinti che si tratti di ostacoli insormontabili da esservi creati l’alibi perfetto per non assumervi la responsabilità di scelte che, certo, potrebbero essere dolorose o drastiche e che, tuttavia, rappresentano l’unica possibilità di cambiamento.
E se, proprio ora, state pensando che il vostro caso è diverso e che le vostre non sono scuse ma veri problemi, beh…è quello che dicono tutti!
Una curiosità: chi di voi possiede un telefono cellulare dotato di dizionario a scrittura facilitata “T9”, faccia finta di dover scrivere un messaggio e digiti, usando il T9, la parola “scuse”. Come sapete, il dizionario T9, quando voi digitate le lettere sulla tastiera, vi segnala la prima parola che corrisponde alla combinazione di lettere digitate. Poi, voi avete la possibilità di scorrere le varie parole possibili fino a trovare quella che vi serve. Ebbene, sapete qual è la prima parola che compare sullo schermo se digitate la combinazione di lettere per “scuse”? PAURE.

mercoledì 10 novembre 2010

FARE MODELING: STEVE JOBS

Estratto dal nuovo libro di prossima uscita, "La M***A capita! Strategie di successo per vivere felici" (HBI edizioni)



Uno dei miei idoli incontrastati è senz’altro Steve Jobs, celeberrimo fondatore della Apple (quello che ha inventato Mac, iPod. iPhone e iPad, giusto per capirci). Se dovessi elencare i motivi per cui mi piace Steve Jobs, potrei probabilmente riempire le prossime dieci pagine. La prima cosa che mi viene in mente è che Steve Jobs mi ha insegnato la filosofia che sta alla base del mio lavoro: mai accontentarsi, perfezionismo assoluto, costante tensione al miglioramento e al progresso. I prodotti della Apple sono figli di questa filosofia: oggetti praticamente perfetti, sia nel design sia dal punto di vista funzionale. Chi ne possiede uno, sa di che cosa parlo. Non solo: ogni prodotto che esce dalla casa della Mela è concepito in modo da piacere a chi lo deve usare. Sembra una banalità, ma per Jobs l’esperienza utente viene prima di tutto. Lui prova gli oggetti, lui trova tutti i difetti, mettendosi sempre nei panni di chi dovrà utilizzarli. Infatti, quello che piace dei gadget della Apple è l’assoluta facilità di uso. iPhone, che rappresenta senza ombra di dubbio il più avanzato dispositivo telefonico attualmente presente sul mercato, è così facile da usare che viene venduto senza libretto di istruzioni. Ed ecco, quindi, i primi importanti insegnamenti che possiamo trarre dal guru dell’informatica: rendere le cose semplici, e mettersi sempre nei panni di chi si deve rapportare con noi. Nel mondo PNL, si cita il motto, probabilmente riferibile a Alfred Korzbinsky, “la mappa non è il territorio”, che esprime lo stesso concetto. Ricordiamoci sempre che chi ci circonda è diverso da noi e che la maggior parte dei nostri problemi nasce proprio dal fatto che ce ne dimentichiamo. Continuiamo a dare per scontato che quello che per noi è vero, lo sia anche per gli altri. Basterebbe aggiungere un po’ più spesso, alle nostre conversazioni, una frase del tipo “secondo me”, e metà dei problemi che abbiamo nel mondo scomparirebbero. Poi,  Steve docet, basta davvero con le soluzioni complicate: le leggi che regolano l’Universo sono estremamente semplici. Ricordatevene, quando vi troverete di fronte a qualche ostacolo imprevisto. Più semplice è la soluzione, più è probabile che funzioni.
Steve Jobs, inoltre, è il protagonista di uno dei filmati più emozionanti e toccanti che circolano su YouTube, il famoso “discorso di Stanford”. Ne ho già parlato nel precedente libro perché è un discorso che mi ha toccato profondamente e ha illuminato la mia strada. In questo discorso, tenuto agli studenti dell’Università di Stanford, Jobs parla dell’importanza di “unire i puntini”, ovvero di rendersi conto che qualsiasi esperienza, pur negativa che sia, ci può portare inevitabilmente da qualche altra parte, a qualche altro successo, se solo resistiamo alle intemperie della vita e non ci lasciamo abbattere. Consiglio caldamente a tutti coloro che ancora non lo avessero fatto, di andare su YouTube e guardare il video: ne sarete certamente contenti. Jobs è ripartito da zero, senza paura, dopo eventi personali e professionali che avrebbero demotivato chiunque: è stato licenziato persino dalla società che aveva fondato e contribuito a rendere internazionale, salvo poi farvi rientro e darle un nuovo, incredibile, slancio. Al momento in cui scrivo, il papà di iPod è, fra le altre cose, il maggior azionista di casa Disney. Che la sua storia vi serva di lezione. Io, per quel che mi riguarda, ne ho fatto un perenne monito: di fronte a ogni rovescio, dopo ogni capovolgimento di fronte, mi costringo a pensare a quello che ha fatto lui, alla tenacia che è stato capace di dimostrare, alla grinta che ha tirato fuori per resistere e volgere il fato avverso a suo favore.
Chiudo il capitolo Jobs raccontandovi una curiosità. Di Jobs, si dice che sia molto pericoloso incontrarlo nei corridoi dell’azienda, perché potrebbe fermarvi, chiedervi chi siete e che cosa state facendo e, quindi, “stevezzarvi", ovvero licenziarvi, anche solo perché, magari, non avete un ruolo utile o ben definito in quella che lui considera la “sua” Apple. Drammatico, forse. Leggenda metropolitana, può essere. Eppure, mi chiedo a quanti di noi, ogni tanto, farebbe bene avere il coraggio di “stevezzare” qualcuno: chi ci fa del male, chi ci sta accanto solo per approfittarsi di noi, chi non ci è di alcun aiuto e anzi ci è di ostacolo, chi ci tratta male o ci manca di rispetto, chi non ha il minimo interesse per chi siamo o per quello cha abbiamo da offrire. In Italia, a questo proposito, si parla di “tagliare i rami secchi”. A me piace di più “stevezzare”, e da quando conosco questo termine, devo dirvi che alcune persone le ho “stevezzate" davvero. Con incredibile soddisfazione, e stupefacenti miglioramenti del mio tenore di vita. 

martedì 9 novembre 2010

SCARAMANZIA E MODESTIA

In attesa del nuovo libro... "La M***A CAPITA! Strategie di successo per vivere felici"

Cominciamo con la scaramanzia. Esiste un curioso atteggiamento in base al quale voi potete parlare ore e ore di tutto quello che va male nella vostra vita o che non vi piace e se, invece, avete progetti per il futuro o vi sta capitando qualcosa di buono, la prima regola è “stare zitti, non dire niente, altrimenti porta male!”. Come credete di poter realizzare i vostri sogni, se non ne parlate e non li verbalizzate, affinché il cervello li senta? Siate sinceri, chi di voi, in attesa di un responso probabilmente positivo o durante la progettazione di qualche piano strategico non ha mai detto una frase del tipo: “non lo dico sennò porta male?”. È un atteggiamento profondamente sbagliato, che vi limita, vi rallenta e addirittura rema contro di voi. Abbiate il coraggio di parlare a voce altra dei vostri sogni e dei vostri desideri, dei vostri progetti e delle vostre ambizioni: la scaramanzia non è esiste, la sfortuna è per tutti coloro che non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità delle loro azioni. Attenzione: parlare dei propri sogni e delle proprie aspettative è cosa ben diversa dal “vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso”. Vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso è atteggiamento superficiale e irresponsabile, parlare a voce alta del vostro sogno di catturare un orso e fantasticare ad occhi aperti dei progetti che potrete realizzare quando avrete venduto questa benedetta pelle è il modo migliore per vedere realizzati i vostri auspici. Il cervello crede a quello che vede e l’immaginazione ha il potere di influenzare la realtà, ricordate? Tanto più sognate, tanto più vi immedesimate nel vostro sogno, tanto più pensate a quello che proverete e tanto più vi associate all’immagine di voi stessi soddisfatti per il risultato raggiunto, tanto più la realtà si plasmerà secondo i vostri desideri.
Gridate i vostri sogni al mondo!
Che dire, invece, della modestia, fantomatica virtù che ci viene insegnata fin da piccini, ogni volta che abbiamo l’ardire di manifestare il nostro compiacimento per qualche cosa che riteniamo di aver fatto bene?
Tra i vari significati del termine “modestia” presenti sul dizionario (cito il dizionario De Mauro, versione on line), abbiamo niente meno che “scarsità, limitatezza”. Fra i sinonimi di modestia, invece, ecco “squallore, povertà, pochezza, esiguità, umiltà”.
È così che volete sentirvi, così che volete essere? Io dico a gran voce che è giunto il momento di ribellarsi a queste imposizioni castranti che ci sono state poste dall’alto, di solito da genitori “modesti” nel senso deteriore del termine, che non hanno avuto il coraggio e l’ardire di lottare per i loro sogni e si sono accontentati di una vita insoddisfacente, magari adducendo come scusa proprio la serenità e la tranquillità della famiglia e dei figli. Solo scuse, signori e signore. “Modestia” non è l’alternativa a “superbia”. Si può essere consapevoli dei propri mezzi, delle proprie qualità e al tempo stesso dei propri limiti: questo atteggiamento non ci renderà di certo presuntuosi o superbi. Semplicemente, consapevoli. Ragazzi miei, ci pensate che se qualcuno vi sgrida o vi fa notare i vostri limiti siete sempre ben disposti a riceverli e ad annuire e se, invece, qualcuno vi fa un complimento il vostro atteggiamento è di schernirvi e negare i vostri meriti?
Se qualcuno vi dice che siete stati bravissimi, di solito rispondete con una o più di queste frasi: “ma no, niente di particolare, lo avrebbero fatto tutti, ho avuto solo fortuna”. Imparate ad attribuirvi i meriti che vi competono, così come i demeriti. Assumetevi la responsabilità di tutto, non solo di quello che non va bene o di quello che avrebbe potuto essere fatto meglio. Sapete che al corso di Public Speaking (un corso che insegna le tecniche per parlare in pubblico) la prima cosa che fanno i trainer è mettere l’allievo davanti al pubblico e farlo ricoprire di applausi, costringendolo a prenderseli tutti? 
Allora, avete ancora voglia di essere modesti, o volete finalmente iniziare a brillare?

(dal libro "Io sono chi voglio essere", Serra Tarantola edizioni)

SCARAMANZIA E MODESTIA

In attesa del nuovo libro... "La M***A CAPITA! Strategie di successo per vivere felici"

Cominciamo con la scaramanzia. Esiste un curioso atteggiamento in base al quale voi potete parlare ore e ore di tutto quello che va male nella vostra vita o che non vi piace e se, invece, avete progetti per il futuro o vi sta capitando qualcosa di buono, la prima regola è “stare zitti, non dire niente, altrimenti porta male!”. Come credete di poter realizzare i vostri sogni, se non ne parlate e non li verbalizzate, affinché il cervello li senta? Siate sinceri, chi di voi, in attesa di un responso probabilmente positivo o durante la progettazione di qualche piano strategico non ha mai detto una frase del tipo: “non lo dico sennò porta male?”. È un atteggiamento profondamente sbagliato, che vi limita, vi rallenta e addirittura rema contro di voi. Abbiate il coraggio di parlare a voce altra dei vostri sogni e dei vostri desideri, dei vostri progetti e delle vostre ambizioni: la scaramanzia non è esiste, la sfortuna è per tutti coloro che non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità delle loro azioni. Attenzione: parlare dei propri sogni e delle proprie aspettative è cosa ben diversa dal “vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso”. Vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso è atteggiamento superficiale e irresponsabile, parlare a voce alta del vostro sogno di catturare un orso e fantasticare ad occhi aperti dei progetti che potrete realizzare quando avrete venduto questa benedetta pelle è il modo migliore per vedere realizzati i vostri auspici. Il cervello crede a quello che vede e l’immaginazione ha il potere di influenzare la realtà, ricordate? Tanto più sognate, tanto più vi immedesimate nel vostro sogno, tanto più pensate a quello che proverete e tanto più vi associate all’immagine di voi stessi soddisfatti per il risultato raggiunto, tanto più la realtà si plasmerà secondo i vostri desideri.
Gridate i vostri sogni al mondo!
Che dire, invece, della modestia, fantomatica virtù che ci viene insegnata fin da piccini, ogni volta che abbiamo l’ardire di manifestare il nostro compiacimento per qualche cosa che riteniamo di aver fatto bene?
Tra i vari significati del termine “modestia” presenti sul dizionario (cito il dizionario De Mauro, versione on line), abbiamo niente meno che “scarsità, limitatezza”. Fra i sinonimi di modestia, invece, ecco “squallore, povertà, pochezza, esiguità, umiltà”.
È così che volete sentirvi, così che volete essere? Io dico a gran voce che è giunto il momento di ribellarsi a queste imposizioni castranti che ci sono state poste dall’alto, di solito da genitori “modesti” nel senso deteriore del termine, che non hanno avuto il coraggio e l’ardire di lottare per i loro sogni e si sono accontentati di una vita insoddisfacente, magari adducendo come scusa proprio la serenità e la tranquillità della famiglia e dei figli. Solo scuse, signori e signore. “Modestia” non è l’alternativa a “superbia”. Si può essere consapevoli dei propri mezzi, delle proprie qualità e al tempo stesso dei propri limiti: questo atteggiamento non ci renderà di certo presuntuosi o superbi. Semplicemente, consapevoli. Ragazzi miei, ci pensate che se qualcuno vi sgrida o vi fa notare i vostri limiti siete sempre ben disposti a riceverli e ad annuire e se, invece, qualcuno vi fa un complimento il vostro atteggiamento è di schernirvi e negare i vostri meriti?
Se qualcuno vi dice che siete stati bravissimi, di solito rispondete con una o più di queste frasi: “ma no, niente di particolare, lo avrebbero fatto tutti, ho avuto solo fortuna”. Imparate ad attribuirvi i meriti che vi competono, così come i demeriti. Assumetevi la responsabilità di tutto, non solo di quello che non va bene o di quello che avrebbe potuto essere fatto meglio. Sapete che al corso di Public Speaking (un corso che insegna le tecniche per parlare in pubblico) la prima cosa che fanno i trainer è mettere l’allievo davanti al pubblico e farlo ricoprire di applausi, costringendolo a prenderseli tutti? 
Allora, avete ancora voglia di essere modesti, o volete finalmente iniziare a brillare?

(dal libro "Io sono chi voglio essere", Serra Tarantola edizioni)

lunedì 8 novembre 2010

CHIEDETE, COMUNQUE

ANTICIPAZIONE DAL LIBRO DI PROSSIMA USCITA
"LA M***A CAPITA, strategie di successo per vivere felici" (HBI Edizioni)


Un bellissimo proverbio spagnolo dice: “el no ya lo tienes”, il no già ce l’avete. Se non chiedete, è comunque un “no”, non può andar peggio di così. La situazione, chiedendo, può solo migliorare. Quello che conta, con riferimento adesso a noi adulti grandi e vaccinati, è puntare l’attenzione sul fatto che troppo spesso si evita di chiedere per timore della risposta che potremmo ricevere.  Facciamo un piccolo test. A che numero sto pensando? Sbagliato. A quale oggetto sto pensando? Sbagliato. Quanti soldi ho in tasca, ora? Sbagliato. Ebbene, questo test dimostra che non siete indovini. Non siete nemmeno (credo) veggenti e tanto meno esseri dotati di poteri paranormali, in grado di leggere nella testa delle persone. Uno degli insegnamenti più importanti di Richard Bandler, il padre fondatore della Programmazione Neurolinguistica, è questo: la maggior parte delle persone trascorre il suo tempo a preoccuparsi di cose che probabilmente non accadranno o che comunque non sa se e come si verificheranno. È vero. Pensateci. Vi è mai capitato di non chiedere qualcosa a qualcuno, pensando “tanto mi dice di no”? Oppure, di evitare una qualsiasi impresa, pensando “tanto è sempre la stessa storia?”. Ebbene, non lo potete sapere con certezza. Lo potete immaginare, lo potete dedurre, lo potete supporre sulla base di esperienze precedenti ma non lo potete sapere con certezza. Perciò, chiedete. Osate, fate comunque qualcosa, agite, provocate una reazione dalla vostra controparte (che si tratti del datore di lavoro, della moglie, di un collega o di chi volete voi). Non è detto che, per il fatto che le cose sono andate finora in un certo modo, debbano continuare ad andare sempre allo stesso modo, a meno che voi per primi le facciate andare proprio così. Forse otterrete davvero la solita risposta di sempre. Forse no. Forse, e questa è un’altra ipotesi affascinante sulla quale vi lascio riflettere, questa volta vi stancherete di sentire sempre la stessa risposta, e farete qualcosa di diverso, cambierete strategia, darete nuovo slancio alla vostra esistenza (e forse anche un bel calcio nel sedere a chi vi dice sempre “no”). 

sabato 6 novembre 2010

SIETE I CREATORI DELLA REALTA'

Siamo in grado, con un procedimento cosciente e consapevole, di dare alla realtà la forma che desideriamo. 
La scienza newtoniana, ovvero quella che si basa sulla realtà visibile e su un concetto deterministico della realtà, afferma a ragione che, lanciando in aria una moneta, abbiamo le stesse probabilità che esca testa o che esca croce. Dopo un numero sufficientemente alto di lanci, la proporzione si assesta su 50 e 50. Un fisico quantistico (il dottor Radin) ha elaborato la versione elettronica del lancio della moneta, creando un apparecchio che si chiama generatore di eventi casuali (REG, ovvero Random Event Generator). Ebbene, questo apparecchio produce bit di informazioni sotto forma di zero e uno. Se lasciato funzionare per suo conto, la percentuale di zero e uno è sempre del 50 e 50, e la relativa funzione d’onda non presenta picchi di rilievo. È stato chiesto ad alcune persone di far funzionare l’apparecchio, concentrandosi intensamente o sullo zero o sull’uno, desiderando intensamente di produrre una delle due possibilità, pensando e concentrandosi, appunto, o sullo zero o sull’uno. L’incredibile risultato è stato che, davvero, la macchina ha “assecondato” le richieste dell’operatore, generando un maggior numero di uno o di zero, a seconda di ciò che pensava e aveva mentalmente richiesto l’osservatore. La probabilità che picchi d’onda si producano in modo casuale rispetto alla presenza di un osservatore e al numero di selezioni operate dalla macchina, è di una su cinquantamila, come sottolinea il dottor Radin: “esaminando tutto il materiale bibliografico, con le centinaia di esperimenti che sono stati fatti, ci si può fare un’unica domanda: ha avuto peso il fatto che le persone cercassero di influenzare il risultato verso l’uno o verso lo zero? E la risposta complessiva è sì, ha avuto peso. In qualche modo, l’intenzione è correlata con l’operazione o l’esito dei generatori di numeri casuali. Se si  desidera che esca più volte il numero uno, in qualche modo il generatore produce più uno. L’analisi finale è di cinquantamila su uno. Le probabilità che i generatori siano andati in quella direzione, verso l’intenzione, non per caso, sono di cinquantamila contro uno.”
Riporta la rivista di neuroscienze “Mente e Cervello”, che si è occupata dell’argomento:
“91 soggetti hanno tentato di influenzare mentalmente i risultati del REG, per un totale di quasi 2,5 milioni di 0 e 1. Negli esperimenti del PEAR (Princeton Engineering Anomalies Reasearch Laboratory, ndr), l’output del generatore casuale tendeva ad essere correlato all’intenzione del soggetto. Da un’analisi più approfondita dei dati sono emersi altri dettagli: non tutti i soggetti avevano riportato la stessa percentuale di spostamento statistico, ma tutti apparivano capaci di influenzare i risultati del generatore. Segno che non era necessaria una particolare predisposizione per i fenomeni paranormali. Presto, molti sollevarono dubbi sull’accuratezza metodologica dei collaboratori al progetto PEAR, ma James Randi (il più famoso cacciatore di “bufale” paranormali al mondo, colui che ha smascherato centinaia di falsi maghi e medium, svelando i loro trucchi, ndr), che aveva accolto il risultato con il consueto scetticismo, non riuscì a trovare alcuna irregolarità.”
Ciò vuol dire che il nostro pensiero, a livello quantico, può influenzare e modificare la realtà. Potete farlo anche voi. Potete influenzare la vostra realtà.

venerdì 5 novembre 2010

SUPERPOTERI E CONVINZIONI

Ho rivisto da poco Spiderman 2. Ad un certo punto del film, Peter Parker/Spiderman ha una crisi di identità, vive conflitti personali, è incerto sulla direzione da prendere e, per questo, perde i super poteri. La scena chiave, durante la quale si consuma il suo tormento da uomo/eroe è quella in cui Peter tenta di arrampicarsi su un muro e, invece, rovina al suolo, facendosi male e con tanto di schiena che si blocca con il fatidico "crack".

Ebbene: Spiderman non può perdere i super poteri, nemmeno volendo, perché tali poteri gli sono stati conferiti da una alterazione genetica. Un ragno geneticamente modificato lo ha morso, e Peter non può farci nulla. Eppure, la convinzione di essere malato è così potente da riuscire a produrre un danno altrimenti impossibile a prodursi: Peter non può farsi male, possiede il DNA di un super eroe. Il suo genoma non glielo permette. Eppure, torna a casa zoppicante.

Ho trovato interessante questa metafora, soprattutto se applicata alla vita di ognuno di noi. E mi vengono in mente le parole del Cappellaio Matto di Alice, quando dice: "è impossibile, solo se tu credi che lo sia". Oppure, le parole di Henry Ford: "che tu creda di farcela, o che tu creda di non farcela, avrai comunque ragione".

Dentro di noi esiste un potenziale di risorse paragonabile a quello di super eroe: forse non potremo arrampicarci sui muri o tessere ragnatela, ma di certo possiamo fare cose che nemmeno immaginiamo di fare. Possiamo trasformare la nostra vita, possiamo creare un destino che sia conforme ai nostri più arditi desideri, possiamo intervenire sulla realtà che ci circonda e plasmarla a nostra volontà. Possiamo elevarci al di sopra dei nostri supposti limiti e lasciare una traccia, dare un contributo, fare la differenza.

Le nostre convinzioni limitanti, a volte, ci impediscono di farlo, proprio come la convinzione di Peter Parker gli impedisce di sparare ragnatele, anche se nessun danno fisico gli impedisce davvero di farlo.
Perciò, mi e vi chiedo: quante delle cose che crediamo di non poter fare, in realtà sono alla nostra portata? Quanti progetti abbiamo accantonato, a causa della convinzione di non essere in grado di farcela?

QUANTO DI PIU' E QUANTO MEGLIO POTREMMO FARE, SE SOLO FOSSIMO CONVINTI DI ESSERE IN GRADO DI FARLO?

Pensate ai vostri sogni, ai vostri progetti, alle idee ancora nel cassetto. Pensate a quello che avete quasi timore di ammettere con voi stessi. Pensate a quello che volete, davvero.
Ebbene: siete sicuri di non poterlo avere? Siete davvero sicuri? O, piuttosto, vi hanno detto che così stanno le cose?

Avete i vostri superpoteri, iniziate ad usarli.



Il sito ufficiale di Paolo Borzacchiello

giovedì 4 novembre 2010

SCONFITTI, MA NON VINTI

INVICTUS, di William E. Henley



Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l'indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.





...non servono molte parole, per commentare questa poesia. Invictus significa "mai vinto". Possono sconfiggerci, possono metterci al tappeto. Possono straziarci il cuore, o tempestare di pugni la nostra anima indifesa. Possono camminare sulla nostra testa, o ordire alle nostre spalle i più terribili piani. Possono dirci che non ce la faremo mai, che non è cosa nostra, che non siamo fatti per questo, o per quello. 
Possiamo cadere, assaggiare il sapore della sabbia, sporcarci di fango. Possiamo essere battuti. Possiamo rovinare nel più profondo dei dirupi. 
Ma nessuno può portarci via quello che siamo e quello che abbiamo dentro. 
Possono sconfiggerci, ma non vincerci. Perché noi siamo i padroni del nostro destino, e se ci togliete la terra da sotto, ebbene noi troveremo il modo di stare comunque in piedi. Perché noi siamo i capitani della nostra anima, e non c'è pugno che possa raggiungere il cuore, se lo sguardo è fiero e la volontà ferrea.

mercoledì 3 novembre 2010

ROVESCIARE GLI ASSUNTI

Uno dei requisiti per fronteggiare rapidamente la "Merda che capita" è quello di essere flessibili ed elastici. Flessibilità mentale ed elasticità si conquistano e si costruiscono con un atteggiamento costante di apertura, di prontezza, di sfida personale. Prepararsi all'imprevisto è un lavoro che puoi fare creandoti, deliberatamente, piccoli "sconfort", ogni giorno. In tal modo, la tua zona di confort sarà sempre più ampia. Inizia con il rovesciamento degli assunti. Se le tue ipotesi di partenza sono sbagliate, le soluzioni a cui perverrai risulteranno mal costruite. A volte i presupposti sembrano così elementari, così fondamentali che non pensiamo neanche di metterli in discussione. Ovviamente ci sono tante cose che devono essere date per certe e non si può certo pretendere di avere il tempo di sfidare qualsiasi ipotesi di partenza, ma piuttosto mostrare che niente è sacrosanto. Una volta che avrai capito questo, sarai aperto a ogni scoperta.
Quando Henry Ford entrò nell’industria automobilistica, il pensiero dominante era “portare le persone al lavoro”. Ford rovesciò questo modo di pensare in “portare il lavoro dalle persone” e inventò la catena di montaggio. Ogni qualvolta il grande inventore Thomas Edison aveva intenzione di assumere un nuovo dipendente, invitava il candidato a casa sua a mangiare un piatto di minestra. Se questi salava la zuppa prima di assaggiarla, Edison non gli offriva il lavoro. Non assumeva persone che vivevano la vita quotidiana basandosi sui pregiudizi: cercava persone che li sfidassero.
Rovesciare i presupposti ti allarga la mente. Guarderai ciò che guardano gli altri, ma con occhi diversi.

lunedì 1 novembre 2010

IL FALLIMENTO DEL PENSIERO POSITIVO

Un recente lavoro del dott. Richard Wiseman, pubblicato nel suo ultimo libro, "59 secondi", conferma quello che, a livello intuitivo, molti di noi già sapevano: il pensiero positivo non funziona.
O, meglio: non funziona nella formula da discount in cui ci viene proposto, grazie a strategie di marketing che poco si curano del consumatore in quanto essere umano, considerandolo nulla più che un potenziale acquirente.
La Legge di Attrazione ha addirittura una solida base scientifica: lo sostengo nel mio precedente libro, "Io sono chi voglio essere" e lo predico a gran voce. Allo stesso tempo, il cosiddetto potere dell'intenzione è nullo, senza il potere dell'azione.
I fautori del "segreto" a oltranza, affermano che sia possibile materializzare nella propria vita qualsiasi cosa, se la si pensa abbastanza intensamente. Addirittura, nel libro "The Secret", l'autrice sostiene che è stato sufficiente pensare con concentrazione ai soldi per vedersi recapitato, nella cassetta della posta, un sostanzioso assegno. 
Sappiamo bene che non funziona così: eppure, a causa della tendenza dell'essere umano a cercare scorciatoie miracolose, ci rifugiamo in questi sogni a basso prezzo, nella speranza che qualcosa funzioni davvero. Ebbene, le ricerche (durate anni), ora ci dicono nero su bianco che non solo il pensiero positivo non migliora la situazione di chi lo pratica ma, anzi, nel lungo periodo la peggiora. Quello che propone Wiseman è il "bi-pensiero", ovvero un tipo di pensiero che alterna il più sano ottimismo al più pragmatico realismo. Come dire: pensiamo positivo, ma prepariamoci al peggio. Ebbene, pare che questo approccio funzioni alla grande.
L'ho sempre detto e qui lo ribadisco: nessuna visualizzazione di scenari rosei è sufficiente, se non è supportata da solidi piani di azione e, soprattutto, da una volontà ferra. Senza far nulla, i risultati saranno, semplicemente, nulla.

Impariamo a usare la Legge dell'Intenzione e a integrarla con la Legge dell'Azione!